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I BILANCI DI SOSTENIBILITA' AZIENDALI: ORA SOCIETA' E AMBIENTE CONTANO. AZIENDE, NON SOLO BUSINESS: SOCIETA' BENEFIT E B CORP.
Wednesday 28 April
I BILANCI DI SOSTENIBILITA' AZIENDALI: ORA SOCIETA' E AMBIENTE CONTANO. AZIENDE, NON SOLO BUSINESS: SOCIETA' BENEFIT E B CORP.

Istituite per legge nel 2016 sulla base di un modello Usa. Il fenomeno prende piede soprattutto ora con la crisi economica, sociale, ambientale. Mauro Del Barba, Assobenefit: «Ci stanno contattando centinaia di imprese»

F ra le ultime in assoluto in ordine di tempo sono CiviBank, l’ex Banca di Cividale che si è unita al club la settimana scorsa e l’operatore di banda ultra-larga Eolo. Le due hanno raggiunto una lista di molte centinaia di imprese fra le quali le più note sono probabilmente Illycaffè, la divisione italiana di Danone, Chiesi Farmaceutici di Parma e la società di design per la casa Alessi. Centinaia di altre attendono - fra queste la Cassa depositi e Enel - valutando in quale momento e a quali condizioni potranno acquisire uno status che oggi ha implicazioni pratiche, giuridiche, simboliche, ma nessuna o poche convenienze pecuniarie immediate per gli azionisti.
Perché essere una Società Benefit in Italia, secondo la definizione codificata per la prima volta nella legge di stabilità del 2016, non apre la strada a sgravi fiscali o a regole più agili sul lavoro o sui prodotti. Non garantisce necessariamente neppure una posizione di mercato, perché gran parte del pubblico è ancora largamente all’oscuro dell’esistenza stessa di una qualifica del genere. Eppure un numero sempre maggiore di aziende in Italia, in questo parte di un crescente movimento internazionale, mostra interesse nella trasformazione in Società Benefit.

In principio furono gli States
La definizione è stringente e ricalca a grandi linee quella codificata per legge in una quantità crescente di Stati federali americani - oggi 33 - a partire dal Maryland nel 2010, seguita fra i primi dal Delaware. Per il piccolo Stato che funziona come una sorta di paradiso fiscale all’interno della federazione americana, in parte dev’essere stata anche una mossa di pubbliche relazioni per deflettere le critiche interne e internazionali. Di certo la sua legge traccia una netta separazione fra le aziende tradizionali, obbligate a massimizzare solo l’interesse dell’azionista, e le Benefit. Ma l’intuizione va ben oltre il Delaware e ha preso piede, anche in Italia. In base alla legge di stabilità del 2016 una società che decide di definirsi Benefit, necessariamente con un atto giuridico presso un notaio, cambia in maniera sostanziale la propria ragione sociale: mantiene l’obiettivo del profitto per i suoi azionisti e rimane completamente all’interno nei meccanismi di un’economia di mercato; ma decide di perseguire in maniera misurabile, nell’esercizio della propria attività, anche precisi obiettivi di beneficio comune. Questi possono riguardare il governo d’impresa e le relazioni industriali, il rapporto con le comunità locali sulle quali l’impresa insiste, la tutela dell’ambiente, attività con associazioni di volontariato o della società civile, attività culturali anche aperte alla società attorno all’impresa. In altri termini resta l’obiettivo del profitto ma, almeno sulla carta, non l’obiettivo esclusivo della massimizzazione del profitto di breve termine prima e al di sopra di qualunque altro obiettivo.
 
L’autore della norma inserita nella legge di stabilità del 2016 e animatore del movimento italiano attorno a questa iniziativa è Mauro Del Barba, deputato valtellinese di Italia Viva, dopo un percorso attraverso il Partito popolare italiano e la Margherita e esperienze nello scoutismo e nella protezione civile. Del Barba oggi è anche presidente di Assobenefit, l’associazione che in qualche misura coordina la rete che si sta creando in Italia e attrae un interesse crescente. «In questo momento abbiamo centinaia di imprese, anche fra i grandissimi nomi delle società quotate, che ci contattano e manifestano l’intenzione di diventare Società Benefit», dice Del Barba. «Stiamo cercando di fornire un orientamento, perché assumere lo status è relativamente semplice ma mantenerlo in concreto non lo è».
All’origine di questa tendenza culturale, c’è ovviamente la tripla crisi dell’ultimo decennio: finanziaria, ambientale e sanitaria. Sempre di più anche la teoria economica accetta che le imprese non possano più definire l’inquinamento che provocano, l’impatto sociale della loro attività o i riflessi avversi sulle comunità territoriali nelle quali operano semplicemente delle «esternalità negative». Una parte crescente delle opinioni pubbliche - dentro e fuori le imprese - è convinta che non sia più sufficiente per il sistema produttivo pagare le tasse e scaricare sui governi o sulle associazioni di volontariato il compito di gestire le conseguenze dell’inquinamento o della povertà educativa. Di certo alcuni risvolti di questo status sono attraenti per le imprese italiane e non c’è solo il fatto che esso conferisce loro punti aggiuntivi nelle gare pubbliche.
 

Verifiche e accertamenti
«Spesso le imprese sono attratte dall’idea di poter gestire meglio i rapporti con i dipendenti, le associazioni civiche o gli enti local», dice il sociologo Flaviano Zandonai. Fin qui la teoria. Poi però ciascuno deve potersi orientare nella pratica e non sempre è facile, perché dall’affermazione dei principi alla loro traduzione di azioni esistono ambiguità e spazi per comportamenti opportunistici. Molte aziende possono essere interessate all’etichetta, per la loro comunicazione, più che alla sostanza. Di certo lo statuto di Società Benefit prevede obblighi di legge per esempio nella redazione dei bilanci, in modo che le attività di responsabilità sociale siano verificabili e misurabili. Ma il rischio di «greenwashing», del dichiarare un impegno in attività sostenibili solo per fare pubbliche relazioni, esiste sempre. In teoria un ente locale, un’associazione ambientalista territoriale, un condominio o gli stessi dipendenti potrebbero citare in giudizio una Società Benefit, se ritengono che questa non stia rispettando gli obiettivi diversi dal profitto che ha dichiarato. Ma non è ancora accaduto e questo scenario sembra molto lontano, per il momento, dalla cultura giuridica prevalente. Un altro canale per verificare l’adesione concreta delle Società Benefit agli obiettivi dichiarati è una certificazione esterna come «B Corp» o «Benefit Corporation» che dipende da una rete internazionale con base negli Stati Uniti che va sotto il nome di B-Lab. In Italia la partner nazionale della rete B-Lab è proprio una Società Benefit, Nativa, che dà consulenze per le imprese interessate alla certificazione e trae da quest’attività un’importante quota del proprio fatturato. Ma questi aspetti sono tipici della prima fase di un fenomeno nuovo, ancora in gran parte da inserire in canali ordinati. 

Vantaggio competitivo
Le opportunità restano. Del Barba ne sottolinea una in particolare, legata alla ricerca sempre più intensa di opportunità di investimenti in attività sostenibili da un punto di vista ambientale, sociale e del governo societario (Esg). «La crescita e la maturazione del sistema di Società Benefit - dice Del Barba - possono dare all’Italia un vantaggio competitivo nell’attrazione di capitali». Di certo nell’Unione europea gran parte dell’elaborazione sulla definizione attività verdi (la «tassonomia») va in questo senso. Forse per una volta può essere fra le prime su una strada nuova, invece che in ritardo.


di Federico Fubini

 

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