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L'IMPATTO DELL'ECONOMIA CIRCOLARE NEL MERCATO DEL LAVORO
Thursday 18 February
L'IMPATTO DELL'ECONOMIA CIRCOLARE NEL MERCATO DEL LAVORO

La transizione all'economia circolare, abilitata dal digitale, avrà un grande impatto sul mercato del lavoro, e i nuovi "mestieri del digitale" avranno un ruolo fondamentale per facilitare questo passaggio storico.

La sinergia tra il digitale e l’economia circolare, entrambi obiettivi al centro del Green New Deal europeo e italiano, potrebbe cambiare per sempre il mercato del lavoro, sia dal punto di vista dei processi e delle risorse che delle persone e delle competenze messe in atto.

Il digitale è la leva indispensabile per le attività legate a tutto l’ecosistema circolare e ai suoi nuovi modelli di business: l’IoT può monitorare i cicli di vita di un prodotto, l’analisi di dati può rendere sostenibile la quantità di merce prodotta, è grazie agli insights di acquisto e consumo e allo studio predittivo che è possibile venire incontro alle esigenze del consumatore/cliente in fase produttiva, evitando sprechi e sovrapproduzione. Una domanda chiara, una produzione trasparente e tracciabile, il feedback continuo, permettono soluzioni sempre migliorabili e sostenibili. È proprio il design thinking creativo e digitale di prodotti e servizi alla base della transizione verso l’economia digitale.

Sempre al digitale si deve la responsabilità di costruire nuove abitudini, sensibilizzare all’economia closed loop, garantire una manutenzione efficiente degli articoli grazie al machine learning, renderli adattabili alle esigenze future e in generale creare una relazione produttore-consumatore che accompagni l’uso per tutto il ciclo di vita del prodotto.Tutte attività che richiedono maggiori touch-point “umani” e alle quali seguirà la richiesta da parte delle imprese di nuove figure che accompagnino il passaggio dall’economia lineare a quella circolare.

Ma quanto “peserà” sul mercato del lavoro questa transizione?
I dati Cambridge Econometrics, Trinomics e ICF già nel 2018 auspicavano entro il 2030 un aumento del Pil europeo dello 0,5% con il passaggio all’economia circolare e un aumento di 700.000 posti di lavoro netti, in particolare nei servizi di riparazione e riciclo.

L’impatto dell’economia circolare sul mercato del lavoro, secondo il report OCSE del 2020, va analizzato su diversi piani: la creazione di nuovi posti di lavoro, la sostituzione di posti di lavoro esistenti con altri (ad esempio nel caso di settori penalizzati come il carbone o le sostanze inquinanti), la distruzione di posti di lavoro e infine la ridefinizione, in cui all’interno dello stesso ruolo cambiano i metodi e le abilità durante il passaggio dall’economia lineare a quella circolare.

Tra il 2012 e il 2018 l’occupazione collegata all’economia circolare nell’Unione Europea è cresciuta del 5%, raggiungendo circa 4 milioni di lavoratori. In Italia secondo gli ultimi dati, se ne contano poco più di 500.000 un tasso di occupazione del 2,06% superiore alla media europea.

La transizione non è mai esente da rischi ma in questo caso il rischio di perdita di occupazione a livello globale è scongiurata dai numeri dei settori colpiti: a essere penalizzati sarebbero infatti i settori edile, alimentare, la lavorazione dei metalli e l’elettricità che utilizzano il 90% delle materie prime ma occupano il 15% della forza lavoro totale: ad esempio il settore delle costruzioni da solo usa il 46% delle risorse materiali ma occupa l’8% della forza lavoro. Proprio l’industria edile diventa da settore critico, asset chiave ed esemplificativo del connubio tra economia circolare e digitale: il report GreenItaly 2020 di Fondazione Symbola prevede infatti che entro il 2025 saranno necessari circa 1 milione di nuovi lavoratori, che dovranno essere formati su nuove competenze riguardanti l’efficienza energetica e la digitalizzazione, essendo l’edilizia uno dei settori meno digitalizzati. Quanto al comparto alimentare, la transizione verso l’economia verde dei prossimi anni è ambizione anche della FAO che auspica la nascita di 200.000 green jobs entro il 2030 e anche in questo settore saranno per lo più le competenze legate alle tecnologie digitali a dare una spinta significativa, soprattutto per quel che riguarda la robotica e l’analisi dei dati.

Nel report World Employment and Social Outlook, l’International Labour Organization ha previsto la creazione globale di 18 milioni di posti di lavoro green al 2030, come risultato di circa 24 milioni di posti di lavoro creati e di circa 6 milioni persi. Le perdite ad oggi (circa 1 milione) riguardano la raffinazione del petrolio e l’estrazione del greggio. Nell’ambito dello scenario economico circolare, l’occupazione mondiale crescerebbe di circa 6 milioni di unità, valorizzando attività come il riuso, la riparazione, il riciclo dei beni. Non è assurdo pensare che l’occupazione penalizzata dalla green economy in alcuni settori verrebbe completamente compensata dalla rivoluzione circolare. La stima delle Nazioni Unite è la creazione di 380 milioni di posti di lavoro al mondo con l’economia verde, più del 10% dell’occupazione attuale.

Un curriculum digital green
Ma che tipo di skills richiede l’economia circolare? Medio-alte, secondo l’ILO (International Labour Organization), il che porterebbe ad un aumento dei mestieri altamente qualificati e del lavoro femminile.

Per quel che riguarda le professioni del futuro, la maggior parte dei green jobs sono mestieri che richiedono una buona dimestichezza con l’ambiente digitale, quando non competenze informatiche obbligatorie da acquisire con corsi di formazione: informatici, ingegneri, installatori, meccatronici, manager del riciclo, sviluppatori, analisti di dati, risk manager ambientali o mobility manager avranno bisogno di conoscere e amministrare a vari livelli le tecnologie digitali utilizzate nei loro settori industriali. Non per niente, dei Green Jobs attivi in Italia nel 2019 il 66,4% appartengono all’area della progettazione, ricerca e sviluppo e il 34,5% nel settore del marketing e della comunicazione.

Anche l’ultimo report di LinkedIn, basato sull’analisi semantica della domanda/offerta di professioni a tema “sostenibilità” ha registrato un aumento del 13% del numero di professionisti della sostenibilità in tutta Europa con un incremento maggiore della media globale del 7,5%, e un aumento del 49% della domanda di lavori verdi nell’ultimo anno.

Le disuguaglianze e l’urgenza di azioni normative
Se molte competenze riguardanti l’economia circolare e green sono legate al digitale, preoccupa però l’origine eventuale di disuguaglianze, in questo senso la necessità di infrastrutture che possano colmare il digital divide è prioritario all’adeguamento in ottica sostenibile.

Per questo vengono sentite come urgenti delle azioni top-down che possano facilitare la transizione a un nuovo mercato del lavoro circolare: in primis la formazione (in Italia ad oggi sono 37 i corsi di laurea dedicati ai mestieri green) ma più in generale una corsia preferenziale per percorsi autorizzativi che riguardano le buone pratiche tecnologiche, tra le proposte avanzate da Alleanza per l’economia circolare.

Che il Green New Deal sia in realtà un Digital Green New Deal è testimoniato anche dall’esperienza dell’ultimo anno funestato dal Covid-19: per Symbola, le imprese green oriented hanno più facilmente gestito il passaggio al lavoro digitale durante la crisi del Covid19, privilegiandolo, rispetto a quelle non-green oriented. E, in percentuale, quelle più legate a una cultura della sostenibilità hanno visto riconosciuto il miglioramento delle capacità manageriali (7%), l’aumento dell’utilizzo dei canali di vendita on-line (6%) e l’attività di formazione per il personale sulle nuove tecnologie digitali (6%).

I mestieri del digitale, con un adeguato training, saranno i più grandi facilitatori di un passaggio storico, quello della creazione di valore grazie a un cambiamento rivoluzionario del sistema produttivo. E lo faranno in modo sostenibile, valorizzando le competenze e la creatività umane.

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